Filippo Pandolfi nella storia della Democrazia Cristiana
Filippo Pandolfi nella storia della DC
Filippo Pandolfi è stato commemorato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. Ho voluto essere presente, sfidando le temperature torride, per rendere omaggio , al più dossettiano dei dorotei, al più degasperiano dei dossettiani,ad un politico fine, ad un uomo di grande cultura umanistica, allo statista protagonista di importanti vicende della storia politica ed economica del Paese. A lui mi legano tanti momenti di incontro della attività parlamentare dal 1970 in poi, quando il Parlamento era centrale nell’equilibrio dei poteri. E v’è nostalgia.
La comunità bergamasca e i Pandolfi boys hanno espresso i loro sentimenti di ammirazione per l’uomo Pandolfi.
Non voglio oggi tornare su aspetti della vita di Filippo Pandolfi. Su alcuni passaggi storici ne ho scritto sufficientemente nei miei libri: Politica senza eredi, con prefazione di Flavio Felice e Rocco Pezzimenti , “pagine democristiane” con prefazione di Gerardo Bianco e “una storia mai scritta”, formazione, impegno e passione della classe dirigente democristiana, con prefazione di Francesco Malgeri, ai quali rimando per gli approfondimenti, la documentazione e le citazioni. Ci sono cose però che non possono essere sottaciute stante la loro valenza storica.
Nella commemorazione di Palazzo Giustiniani si è preferito indugiare su alcuni aspetti della storia di Pandolfi europeista, quindi sull’ultima fase piuttosto che su una lettura più completa, integrale del suo percorso politico. Si è avuta la sensazione di una raffigurazione di Pandolfi come di un corpo estraneo alla DC, quasi come un indipendente di sinistra. Non era così. Nel 1940 si iscrive alla Azione Cattolica, poi alla DC, nel 1947 è delegato del mg per la provincia di Bergamo. Partecipa al Congresso Nazionale di Venezia comprese le riunioni della corrente del fratello di Lazzati. La DC era una scelta naturale. Attraverso Gb Scaglia alla Università Cattolica frequenta casa Lazzati e entra in contatto con Dossetti. Fin da giovane collaboró con Dossetti alla segreteria nazionale, nonostante avesse una ammirazione profonda per De Gasperi, che incarnava le scelte politiche dei cattolici per riflesso della frequentazione del padre, popolare, ingegnere, con Sturzo e De Gasperi. Pandolfi era intimamente convinto della compatibilità tra i due leader. Dossetti, che era rimasto colpito da un articolo di Pandolfi pubblicato sul
Campanone di Bergamo ( 8 mila copie) intitolato “Rimpasto: non dimenticare il lievito”. Lo convoca a Reggio Emilia con un perentorio telegramma per incontrarlo e avviare la collaborazione: “pregoti venire a Reggio. Breve indifferibile colloquio. Ti aspetto giovedì 25 aprile ore 10 in viale regina Margherita”. Pandolfi è testimone degli scontri di Dossetti con La Pira , alla Chiesa Nuova, a metà luglio del 50 sulla cassa per Mezzogiorno.
Nella torrida estate del 1950 andava a trovare Dossetti tutti i giorni al convento dei francescani di Frascati dove si era albergato e Pandolfi coglieva l’occasione per fare un bagno al lago di Albano. C’è il convegno di Rossena nel settembre del 1950 cui Pandolfi collabora intensamente; c’è l’incontro del 31 gennaio del 1951 che preannuncia il ritiro di Dossetti con un colloquio in cui gli dice ” Tu vai a casa. Per me le cose stanno cambiando. E non voglio che tu venga coinvolto. Studia e laureati.”
Avvia il suo percorso professionale alla Minerva Italica specializzata in testi scolastici allargando le sue conoscenze nel mondo culturale ed editoriale nonchè i contatti con il mondo cattolico, oltre quelli del padre con il futuro Papa Roncalli.
Come ha scritto Corrado Corghi sulla formazione del Dossettismo, quando fu il tempo del recupero dei materiali attinenti a Cronache Sociali promosso dall’Istituto di Scienze Religiose, “un primo consistente risultato fu il recupero dell’archivio della Rivista che c’era stato conservato da Laura Portoghesi nei locali della Chiesa Nuova. Venne poi costituito il fondo Cronache Sociali anche con documenti di Civitas Humana e della segreteria Dossetti a Roma guidata dal giovane Filippo Pandolfi”.
Stiamo parlando della Comunità del Porcellino, dei professorini, di Lazzati, La Pira, Fanfani, Dossetti e quindi un pezzo di storia della DC.
Lo storico Piero Craveri precisò che nel 1950 Giuseppe Dossetti aveva chiamato Pandolfi a Roma presso il suo ufficio di vicesegretario, dove fu redattore delle “Note politiche” riservate ai consiglieri nazionali del partito. Era incaricato anche di scrivere articoli non firmati per esprimere il fedele pensiero della linea dossettiana.
Già nel 1954 fu candidato alle amministrative di Bergamo, poi arrivó alla guida della DC di Bergamo e, nel 1963, della segreteria provinciale di Bergamo con la forza dei numeri elettorali e delle adesioni politiche. Quindi le grandi riflessioni culturali di San Pellegrino dei primi anni sessanta con il protagonista di quegli eventi GB Scaglia. Ne ha fatto cenno, in modo sobrio, Giorgio Gori richiamando quei momenti e sfidando il fato a conferma di scarsa conoscenza delle dinamiche interne della Dc. Ci sono leggende superstiziose che sfuggono ai piu. Ma non è una colpa. È semmai un pregio che consente una visione asettica e neutrale, senza i condizionamenti dell’apparenza.
Quindi per Pandolfi arriva la elezione alla Camera nel 1968 non come indipendente, ma come militante DC, partito al quale aveva aderito giovanissimo nel 1945.
Nel settembre del 1971 in una riunione convocata da Tommaso Morlino al dipartimento economico con Ferrari Aggradi Ministro del tesoro, per esaminare gli effetti della decisione di Nixon del 15 agosto che portava alla demolizione degli accordi di Bretton Woods, Pandolfi si fece apprezzare per la originalità delle sue idee, la lungimiranza delle proposte per la nuova paritá lira-dollaro, per i riflessi sulle riserve. Anche allora si parlava di dazi al 10 per cento con pesanti effetti sull’ export per il peso verso gli USA (allora più del 10 per cento del totale) che richiedevano sostegni ai settori produttivi colpiti dai sovradazi. Tutto scritto, tutto documentato. Da deputato si fa apprezzare sulla riforma tributaria per dare modernità al
Sistema dei tributi, sulla perequazione tra i contribuenti, sulla efficienza e riduzione dei costi di gestione e adesione agli obblighi comunitari in materia di iva.
Come dimenticare il suo ruolo rilevante allo storico convegno economico DC di Perugia del 1972 in cui fu chiamato a presiedere la commissione sui problemi congiunturali e le strutture monetarie e creditizie con uomini di grande spessore culturale e accademico e quelli degli anni ottanta promossi dal dipartimento economico guidato da Misasi in collaborazione con i gruppi parlamentari e l’Arel. L’architettura di quegli incontri fu predisposta in una colazione di lavoro al Ristorante La Toscana, che si trovava, ora non più, sul fronte stradale di Palazzo Altemps.
Pandolfi anche in quella occasione si dimostrò innovatore e moderno suggerendo di collegare gli eventi ad una forte presenza esterna auspicando un partito aperto alla società civile anche con iniziative collaterali.
Poneva nei suoi ragionamenti sempre il problema dello sviluppo, degli interventi strutturali pluriennali. Pandolfi è il
ministro del Tesoro che vara la riforma della contabilità la legge 468 del 1978 per una visione totale dei flussi finanziari di tutto il settore pubblico allargato che allora in tanti centri di spesa sfuggiva ai controlli. Era costante il suo richiamo a superare lo stato arcaico per rispondere alle accresciute responsabilità innovando nei metodi, negli strumenti, nella organizzazione.
Confidava nelle riunioni del Direttivo o del Gruppo che quando partecipava alle riunioni del FMI a Washington non si doleva di dovere volare con un volo di linea, per regolamento ministeriale, mentre i dirigenti di Banca d’Italia potevano usare il velocissimo Concorde, quanto per l’impossibilità di utilizzare quel l’impossibile viaggio comune in senso produttivo.
Era tanto uomo di partito che alla Assemblea degli Esterni del 1981 ribadendo la criticità del modello di partito chiuso dalla logica delle correnti con il passaggio al “feticcio proporzionalistico ” introdotto nel 1964, pose il problema di introdurre regole elettorali per modificare la logica delle correnti e le nuove forme di adesione al partito della DC.
Sì è dimenticato di ricordare la predisposizione che fece da Ministro dell’Industria del Terzo Piano Energetico Nazionale con un mix di fonti energetiche capaci di garantire l’approvvigionamento. E ridurre la dipendenza dal petrolio dopo il secondo shock. Non solo petrolio, ma anche gas, dall’Urss e dall’Algeria, e soprattutto il nucleare con apertura e raddoppio delle centrali. Una visione coraggiosa e determinata.
Filippo Pandolfi ha avuto molti riconoscimenti, molti incarichi istituzionali. Meritava di essere nominato presidente del Consiglio dopo i successi come ministro del Tesoro. Purtroppo la formazione di un governo è una vicenda complessa che richiede la convergenza di tante volontà che non dipendono solo dall’incaricato che resta solo e prigioniero anche di scelte altrui. Dopo avere definito programma e struttura del futuro Dicastero, un equilibrio politico precario della maggioranza uniti a eccesso di zelo e di attendismo pregiudicarono il traguardo che fu portato a termine da Cossiga che varó un tripartito (DC con psdi e pli più svp e union valdotaine) ma con l’astensione psi e pri. Proprio i repubblicani con i quali aveva un legame profondo, in particolare con Visentini, negarono il
sostegno a Pandolfi. Quasi un passaggio di testimone da un dossettiano a un altro dossettiano seppure dei ” giovani turchi”. In quella occasione si manifesta il Pandolfi saggio, che non rischia, non fa mosse avventate, confermandosi anche in quella bruciante occasione un uomo di Partito che sacrifica la sua personale posizione sull’altare degli interessi generali.
Poi verrà il suo generoso contributo al Gruppo dei 10 dell’Istituto Sturzo con Flavia Nardelli e con Franco Nobili, ambasciatori e accademici.
Quando ancora poteva tornare a Roma mi capitava di incontrarlo mentre solitario tornava con passo montanaro da via della Scrofa verso via Crescenzio a poca distanza dalla residenza di Via Ovidio del suo collega, ma di visioni completamente diverse Carlo Ripa di Meana. Ma non potevano incontrarsi tante erano le diversità di orari e di vedute.
C’è purtroppo un persistente tentativo di cancellare il passato con inaccettabili logiche liquidatorie, prendendo quella parte di storia che fa più comodo. Pandolfi fa parte integrante della storia della DC. La sua personale sofferenza per le vicende tragiche che hanno colpito molto uomini della DC non può essere liquidata con superficialità anche se Pandolfi ha reagito con orgoglio e il coraggio di uomini formati in altri tempi di passione politica. Bene ha fatto Giorgio Gori ha ricordare l’episodio del rifiuto della medaglia d’oro civica per una vicenda che lo aveva turbato mentre avanzava il populismo liquidatorio, poi consegnata personalmente dal sindaco di Bergamo dopo 23 anni, quando la Giustizia aveva fatto chiarezza, ma il populismo era ancora un fuoco acceso.
Ps
Qualcuno dica al senatore a vita Mario Monti che Pippo Pandolfi è un tassello della grande storia della DC che partendo da Bergamo ha raggiunto grandi traguardi politici prima a Roma e poi a Bruxelles. Non è venuto da Marte!


