convegno a Iglesias a cinquanta anni dalla legge 780 del 1975

convegno a Iglesias a cinquanta anni dalla legge 780 del 1975

A cinquanta anni dalla legge 780/1978

“Norme concernenti la silicosi e asbertosi

Aula magna istituto minerario “Asproni – Fermi”   Iglesias 

Questo convegno tenacemente promosso dal coordinamento della Sardegna della Associazione  nazionale degli ex parlamentari, Michele Cossa e Piero Tamponi così  ben articolato e ricco di presenze,  oltre ogni aspettativa, si inquadra nelle finalità volte alla difesa della Costituzione e del Parlamento. In questo caso il diritto alla salute sancito all’articolo 32 e i parlamentari con la loro storia. 

E dedichiamo questo convegno a al nostro Presidente Giuseppe Gargani, scomparso due giorni fa. 

Lo facciamo in una sede scolastica prestigiosa e carica di significato come l’istituto minerario Asproni – Fermi. 

Non possiamo non partire da due figure come quella di Enea Piccinelli e di Giovanni Bortot che fortemente si impegnarono per raggiungere un risultato storico. 

Non dimentichiamo neppure il sen Ferralasco, medico, che fu relatore in Senato e Maria Cocco deputata sarda che condivise la iniziativa. 

Erano tutti espressione del territorio come ha ricordato poco fa il sindaco. 

Enea Piccinelli, recentemente scomparso, fin dal suo ingresso in parlamento nel 1963  fu promotore e fortissimo sostenitore di una legge che rappresenta una grande conquista sociale del riformismo degli anni settanta. Un welfare state che sembra ormai dimenticato. 

In una altra commemorazione in Maremma con Hubert Corsi, 

abbiamo predisposto un piccolo dossier con alcuni rilevanti passaggi politici e parlamentari. Se il direttore dell’istituto lo vorrà saremmo lieti di poterne fare  dono agli studenti perché possano leggere quelle pagine di storia parlamentare.

La storia del Parlamento è ben diversa da quella raccontata dal virus del populismo. 

C’è nel dossier un bel ricordo recente di Hubert Corsi di Enea che inforcava la sua fiammante Lambretta per avventurarsi nelle strade bianche, polverose,  sterrate,  fangose a seconda della stagione tracciate dalle transumanze dei pastori che dal Monte Amiata portavano alla Maremma. Sembra la sceneggiatura di un film del neorealismo di De Sica, Rossellini, Visconti. 

Le immagini della povertà che diventava nerissima miseria che toccava quotidianamente lo spingeranno a difendere con il suo impegno politico collocandolo lui toscano del “popolo basso e lavoratore” tra i protagonisti del “riscatto” di quel territorio e della sua gente. 

Il generale Mc Clelland capo divisione del piano Erp monitorava l’avanzamento dei programmi constatando nelle sue verifiche sul campo nella Maremma come c’erano “contadini che strappano la sussistenza su terreni rocciosi e chilometri senza contadini”

La legge  n.780/1985 che recava nuove norme per rendere l’accertamento e l’indennizzo della silicosi e dell’aspertosi il più rapido possibile nasce da una iniziativa legislativa dal basso. Non come ora dove tutto è nelle mani del Governo. Era il grande successo di Piccinelli che trovò  le convergenze con il deputato bellunese Bortot, perché anche Bellluno era colpita parimenti così come la Sardegna e la val d’Aosta. 

I tentativi delle legislature precedenti erano stati infruttuosi. C’erano molte resistenze anche dell’Inail. Migliaia di famiglie in Italia (3000 nella sola provincia di Grosseto) attendevano da anni questo atto riparatore di giustizia sociale. Allora si commentò che era un giorno felice per il Parlamento perché quelle semplici norme rappresentavano l’espressione più pura e più vera di umanità e civiltà. La legge portò a miglioramenti anche nelle tecniche di estrazione, riducendo i pericoli delle polveri. Solo successivamente ci fu l’adozione, nei lavori in galleria, del martello pneumatico ad iniezione d’acqua, puntando, quindi, sulla prevenzione.

Era una malattia conseguente allo sviluppo industriale che colpiva migliaia di lavoratori con il riconoscimento di malattia professionale, con benefici riconosciuti ai superstiti. 

C’era il problema della armonizzazione comunitaria ancora lontana per i minatori emigranti  in Belgio che tornavano a casa. 

I numeri erano spaventosi perché che colpivano zone povere. 

Erano forme  morbose dell’apparato respiratorio.  

11000 Sardegna 

11000 Toscana 

Veneto bellunesi 10 mila 

Valle Aosta  5000 

Ancora più drammatica era l’incidenza relativa sul territorio locale. 

 Oggi con questa iniziativa promossa dagli amici della Sardegna vogliamo richiamare l’attenzione sulle malattie professionali che colpiscono il mondo del lavoro e ripensare alle condizioni di lavoro. 

Non erano pericolose solo le miniere di carbone ma l’esposizione al rischio era forte anche per i minatori che lavoravano nelle gallerie e respiravano polvere di roccia e i veleni dell’esplosivo che usavano per scavare gallerie realizzate per gli impianti idroelettrici, con rocce dure perchè ricchissime di biossido di silicio micidiale per la respirazione. 

C’è una bella espressione che ritroviamo del dibattito parlamentare: la miniera era “Paradiso del pane quotidiano e l’inferno della morte precoce”. 

Il provvedimento del 27 dicembre 1975, aveva il significato non di un dono, ma di una parziale riparazione a chi ha sacrificato al progresso la salute. 

Quella legge muove i primi passi nel 1963 ma fu approvata nel 1975 all’unanimità in commissione in sede deliberante 30 su 30; rappresenta un punto alto della centralità parlamentare. 

Un punto alto del Welfare State e del riformismo degli anni settanta.

Poiché il Sen Tamponi nel suo intervento introduttivo ha fatto riferimento ai regi  decreti del 1935 e del 1943, vorrei tornare ancora più indietro, per stare al tema che mi è stato assegnato, al 1830, al granduca Leopoldo II di Toscana quando iniziò i lavori di bonifica della piana grossetana che fu per la Maremma come se si fosse scoperto l’ennesimo giacimento di metalli, una nuova miniera. Non arrivarono però minatori, ma braccianti. Migliaia di braccianti venuti da ogni dove sotto la direzione dei migliori ingegneri dell’epoca, in meno di un anno realizzarono un’opera colossale, la prima grande opera di bonifica che cominciò a sottrarre la Maremma al flagello della malaria. Ne morirono in pochi mesi centinaia e centinaia di quei braccianti, molti di più che in tutti gli incidenti avvenuti nelle miniere grossetane in un oltre un secolo di sfruttamento industriale. Ma nessuno li ricordò. Erano considerati cose, i braccianti, come la ruota di un carro. 

Desidero chiudere questo mio intervento con la descrizione significativa del parallelismo tra bracciante e minatore che fa Hubert Corsi, già presidente del parco tecnologico e archeologico delle colline metallifere grossetane. 

“Lavorava, il bracciante dall’alba al tramonto nei pantani del padule  e spesso moriva stremato dalla fatica, roso dalla febbre, stroncato dal sole o dal freddo della notte. Moriva all’aria aperta. Non così i minatori che, per vivere, osavano scendere sottoterra con la paura di morire nel mistero del buio che poteva lasciarti senza scampo. 

Lavoravano al buio per guadagnarsi la luce. 

Nel buio si cimentavano le solidarietà; si tempravano le volontà; la disciplina, il senso del dovere, la professionalità diventavano obblighi per non compromettere la vita propria e quella degli altri. Nel buio si animavano le speranze, si irrobustivano le coscienze; le ansie di riscatto spingevano a lottare per trasformare i bisogni in diritti; si radicava la consapevolezza di un destino che poteva essere cambiato.

Nel buio non potevi rimanere solo, dovevi cercare la mano degli altri. Dovevi dare una mano agli altri. Erano tanti, piccoli e grandi, i gesti di altruismo e di generosa solidarietà umana che segnavano la vita della miniera. Nel buio contro le violenze dei ritmi imposti dal mercato, quasi naturalmente cominciarono ad organizzarsi le prime resistenze, le unioni, i consigli sindacali. 

Nel buio nasceva e cresceva una nuova cultura, una nuova forza, una nuova consapevolezza che si trasmetteva alla famiglia, alle popolazioni,  ai villaggi che vivevano attorno alla miniera. 

Una straordinaria crescita morale ed umana accompagnava il formarsi di un fenomeno identitaria, di una nuova soggettività personale e collettiva, destinata a durare ben oltre la vita delle miniere. Un prezioso giacimento di valori e di umanità. 

È lo “Spirito della miniera” il genius loci  che aleggia ancora nelle colline metallifere toscane come nella belga Marcinelle, sull’Amiata come nella Sicilia dello zolfo, nel Valdarno come nel Sulcis sardo. 

Le miniere che non ci sono più le possiamo visitare solo nell’unico modo che ci rimane: la memoria, i ricordi delle donne e degli uomini che le hanno vissute, i ricordi dei figli e dei nipoti che rammentano ansie e trepidazioni senza fine, la memoria dei villaggi minerari, di paesaggi  segnati dal lavoro, la cultura di un mondo scomparso, ma presente, da tutelare e valorizzare. 

Abbiamo il dovere di difendere la memoria, perché senza memoria del passato non c’è futuro. 

Ho voluto ricordare con queste pagine la storia di parlamentari nella approvazione di una grande legge di tutela dei lavoratori. 

Quando si è parlamentari si vince e si vive il concorso della politica sempre, ogni giorno, tenacemente attento all’oggi e al domani, al passato e al presente. 

Iglesias 29 maggio 2026 

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