Francesco Malgeri ricorda Mario D’Addio all’istituto Luigi Sturzo

Francesco Malgeri ricorda Mario D’Addio all’istituto Luigi Sturzo

MARIO D’ADDIO

Istituto L. Sturzo, 14 aprile 2026

Ricordare oggi, in questa doverosa e lodevole iniziativa promossa da Nicola Antonetti, la figura di docente e di studioso di Mario D’Addio, a circa nove anni dalla sua scomparsa, ci aiuta anche a ripercorrere la lunga storia dell’Istituto Luigi Sturzo, in cui D’Addio, fu per lunghi anni impegnato protagonista. 

Va ricordato che attorno alla metà degli anni Cinquanta, quando D’Addio era assistente e insegnava per incarico Filosofia del diritto preso la Facoltà di Scienze politiche a Roma, il suo maestro Giuseppe Capograssi lo presentò a Luigi Sturzo. Nello stesso periodo vennero presentati a Sturzo altri due giovani studiosi: Vincenzo Filippone, segnalato da Felice Battaglia e Gabriele De Rosa che don Giuseppe De Luca indicò a Sturzo al fine di raccogliere la testimonianza della sua lunga esperienza politica. Com’è noto, dal 1954 al 1959 De Rosa frequentò costantemente Sturzo, pubblicando poi nel volume Sturzo mi disse l’esito delle sue conversazioni.

Negli stessi anni e nel quadro della prima fase dell’attività culturale dell’Istituto, fondato nel 1951, era maturata l’idea di pubblicare un Annuario. Il consiglio d’amministrazione – nel quale troviamo i nomi di Felice Battaglia, Giuseppe Caronia, don Giuseppe De Luca, Fulvio Maroi, Pietro Pavan, Ernesto Pontieri e Vittorino Veronese – decise di dar vita, nel 1956, ad un Bollettino di Sociologia, che poi divenne Sociologia, la rivista che ha accompagnato per settant’anni la vita dell’Istituto. Un progetto che Sturzo aveva maturato già negli anni del suo esilio americano, per proporre i temi più vivi del suopensiero sociologico. La direzione della rivista, affidata in un primo tempo a Vincenzo Filippone, venne assunta da Mario D’Addio.

Così D’Addio ricorda questa sua giovanile esperienza: “Sturzo seguiva il Bollettino numero per numero; desiderava essere informato di tutto e spesso interveniva con la sua autorevole parola a indicare il criterio della scelta e l’indirizzo scientifico”. La direzione della rivista consentì a D’Addio di “incontrare Sturzo una volta alla settimana, di solito il sabato o la domenica nella tranquilla stanza del convento delle Canossiane, piene sino all’inverosimile di libri, riviste, giornali, durante quattro anni, sino a pochi mesi dalla sua morte”. Ha ricordato D’Addio: “Ebbi così la possibilità di integrare lo studio degli scritti filosofici, sociologici, storici e politici di Sturzo, con le considerazioni, le osservazioni che egli faceva nel corso delle nostre conversazioni. Sturzo, alcontrario di molti uomini politici per i quali la conversazione si riduce di solito ad un interminabile monologo, ascoltava il suo interlocutore, ne sollecitava le considerazioni e soprattutto le osservazioni critiche, per intervenire poi con precisazioni e chiarimenti”.

Con il trasferimento nel dicembre 1956 della sede dell’Istituto dai locali di palazzo Taverna, messi a disposizione dall’Assemblea regionale siciliana, a palazzo Baldassini, cominciava per l’Istituto una nuova fase destinata con una attività culturale di più ampio respiro e soprattutto con la realizzazione di corsi destinati a giovani borsisti..  Il primo corso prevedeva sedici borsisti, 2 ammessi senza borsa e 12 uditori

La seduta inaugurale si svolse il 26 novembre 1958, giorno dell’ottantasettesimo compleanno di Sturzo. Il corso di lezioni previsto comprendeva materie quali la sociologia storicista, l’economia con l’attenzione al ruolo dello Stato di fronte all’economia, la storia contemporanea con un corso dedicato alla crisi dello Stato liberale, la scienza politica, il materialismo dialettico, le istituzioni economiche e politiche dell’Urss e degli Stati Uniti, il diritto costituzionale e la storia, la teoria e la pratica del sindacalismo. Tra i docenti di questo primo corso vanno ricordati, tra gli altri, Mario D’Addio, Gabriele De Rosa,Vincenzo Filippone, Guglielmo Negri, padre Messineo e Giuseppe Palladino, segretario generale dell’Istituto che assumeva la carica di direttore del corso.

Merita un cenno, a questo punto, il sodalizio di amicizia personale e intellettuale di D’Addio con Guglielmo Negri, già ricordato da Fulco Lanchester nel suo articolo su D’Addio pubblicato su Nomos nel 2017. L’amicizia tra i due era di antica data, risaliva agli anni del liceo Tasso frequentato da entrambi, sia pure in classi diverse all’inizio degli anni Quaranta. D’Addio era più grande di circa tre anni.  La loro amicizia continuò negli anni universitari presso la facoltà romana di Giurisprudenza e maturò anche nella comune militanza politica. Va ricordato infatti che all’inizio del 1943, nel clima resistenziale, ambedue avevano aderito alle cellule clandestine del partito d’azione, per poi confluire nel partito repubblicano, di cui Guglielmo Negri divenne in seguito esponente di rilievo. Ma la loro comune militanza politica era destinata a interrompersi. Scrive Negri nel suo volume di memorie Testimone di mezzo secolo pubblicato nel 1986: “Si staccò politicamente da noi Mario D’Addio, allora già noto nella scuola italiana di scienza politica: il suo itinerario spirituale, dopo l’incontro con Giuseppe Capograssi, era maturato e sulla sua strada, così come per l’amico Gabriele De Rosa, si delineava la collaborazione con don Luigi Sturzo alla creazione dell’Istituto di sociologia che porta il nome del grande siciliano”.

Non si interruppe però la loro amicizia che rimase salda e intensa. Fu certamente e principalmente D’Addio a suggerire a Sturzo il nome di Guglielmo Negri quale docente di diritto costituzionale ai corsi di studi organizzati dall’Istituto nel 1958. Un corso che io ebbi la possibilità di frequentare come borsista, assieme a colleghi come Paolo Ungari, Nicola Greco, Silvano Labriola, Carlo Mongardini, Giuseppe Borgia, Emilia Baldini e molti altri,destinati ad assumere ruoli importanti a livello accademico, politico e nella pubblica amministrazione.

Ma, nel quadro della vita e della storia dell’Istituto Sturzo un rapporto del tutto speciale fu quello tra D’Addio e De Rosa. Si trattò di una amicizia estesa anche a livello famigliare. Per lunghi anni i De Rosa e i D’Addio trascorsero insieme le notti di Capodanno, frequentandosi in molte altre occasioni. I diari di Gabriele De Rosa ci aiutano a cogliere i molti aspetti e il confronto tra due caratteri diversi, legati però da un rapporto di amiciziaintenso e vivace, lasciandoci di D’Addio alcuni singolari ritratti.

Il 14 gennaio 1973 De Rosa scriveva: D’Addio “ama troppo i testi: il mondo per lui passa attraverso le forme del pensiero greco. Anche il cristianesimo. Il suo ragionareè quello di un asceta”.  Il 3 gennaio 1974 annotava nel suo diario: “Ho fatto un gran parlare con Mario, che mi voleva convincere della superiorità di chi fa o esegue musica su qualsiasi altro intellettuale. Questo modo ottocentesco e romantico di porre le questioni mi stupisce in un uomo come Mario, il quale mi spiega d’essere un inguaribile platonico!”.

Il 9 luglio 1974 De Rosa traccia di D’Addio un ritratto particolarmente vivace, cogliendo nel suo amico le difficoltà a condividere alcuni aspetti del suo tempo e il tentativo di estraniarsi dalla realtà contemporanea e isolarsi nel suo mondo fatto di libri, di studio e di cultura.Un brano che ci offre un inedito ritratto di Mario D’Addio. Scrive De Rosa: “Il nostro amico ha organizzato il suo regno, si tratta di un castello fortificato, dove egli vive con la sua famiglia e la cagna Penelopo, figlia di Ingott e sorella di Calì, due miei cani, al riparo dal mondo. Egli è padrone del suo territorio, dove scorrazza tranquillo in compagnia delle sue idee e dei suoi libri, classici e antichi. […] Non si impanca in giochi di corridoio, non cerca la lotta, si ritira appena può fra le mura del castello. Si prepara a veder crollare il mondo con la sua letteratura blasfema e le sue superbie dialettiche. Legge la storia come una curva discendente verso il vuoto e la disperazione”.

Il 31 marzo 1976 sia De Rosa che D’Addio, nel corso dell’Assemblea dei soci dell’Istituto Sturzo, vennero eletti tra i nuovi membri del Consiglio d’amministrazione. Annotava De Rosa nel suo diario: “Saremo in cinque docenti universitari nel nuovo Consiglio: De Rosa, Ardigò, Marchello, Pontieri, D’Addio. Cinque su nove”.  Nel 1979, dopo la morte del presidente Giuseppe Spataro, De Rosa assumeva la presidenza dell’Istituto, rimanendo nella carica per ventotto anni, fino al 2007. D’Addio negli stessi anni fu ininterrottamente al suo fianco come membro del Consiglio di amministrazione, in seno al quale portò costantemente il suo contributo alla gestione di un istituto culturale che egli cercò di mantenere non solo ancorato al pensiero di Sturzo, ma anche espressione di un alto livello culturale.

Nel verbale del Consiglio di amministrazione del 23 gennaio 2007, possiamo leggere l’invito di D’Addio a non trascurare “l’apporto di studiosi in grado di fornire un contributo culturale”, al fine di “confermare il livello di eccellenza” dell’Istituto, coinvolgendo anche giovani risorse scientifiche da inserire tra i nuovi soci.   La sua lunga presenza nel Consiglio fu poi sempre attenta al rispetto dello spirito e della lettera dello Statuto e all’esigenza di una gestione economica attenta e prudente.

Insomma, D’Addio attraversa, con il suo impegno di studioso e di intellettuale, la storia dell’Istituto Sturzo. Potremmo dire che ne seguì passo passo, sin dalle origini, la storia e le alterne vicende, spendendovi le sue energiecon impegno e passione. Lo sorreggeva quella convinta, intensa sintonia con il pensiero di Sturzo, che fu per lui una sorta di guida e costante motivo per cogliere nella ricchezza del pensiero sturziano moniti e indicazioni anche per un presente di cui coglieva con chiarezza i radicali cambiamenti che stavano trasformando la società e il costume del nostro Paese.

Quella costante rilettura e riflessione del pensiero di Sturzo è alla base dei suoi studi dedicati al sacerdote di Caltagirone. Si tratta di importanti contributi, spesso elaborati in occasione di convegni e seminari di studi, che egli volle poi raccogliere in un volume, pubblicato nel2009 con il titolo Democrazia e partiti in Luigi Sturzo. Tutti i molteplici aspetti del pensiero politico sturziano sono presenti in questi saggi, a cominciare dal tema della democrazia, considerata nei suoi aspetti istituzionali e operativi, con riferimento ai rapporti fra partiti, Stato, Parlamento, come istituzione della rappresentanza politica tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Secondo D’Addio, la fondazione del partito ad ispirazione cristiana implica per Sturzo l’individuazione del fondamento etico politico della democrazia, che pone in particolare rilievo il rapporto tra morale e politica, come distinzione dei due ambiti ma anche come avvertenza degli irrinunciabili presupposti morali dell’azione politica. Da qui la sua avversione verso ogni concezione politica che legittima lo Stato etico, che si proponga come signore assoluto delle coscienze dei cittadini. 

Scrive D’Addio riferendosi a Sturzo: “La sua carriera politica è stata caratterizzata da una costante difesa della libertà contro l’accentramento burocratico dello Stato liberale, contro la dittatura fascista e quella nazista, vera incarnazione quest’ultima dello Stato totalitario, infine – la sua ultima battaglia politica – contro lo statalismo, il vero male oscuro delle democrazie contemporanee” ..

Un pensiero che secondo D’Addia deriva dai grandi protagonisti del cattolicesimo liberale dell’Ottocento, sottolineando che accanto a Mantalembert e a Ventura, Rosmini doveva essere ricordato tra i pensatori che avevano dato un contributo a chiarire le ragioni teoriche e culturali di una presenza attiva dei cattolici in politica, ispirata agli ideali di libertà. D’Addio ritiene che Sturzo si richiami anche, per quanto riguarda la concezione della società e del rapporto individuo-società, al concetto rosminiano di persona, come fondamento e fine della società.

Con le sue analisi su Sturzo, D’Addio ci ha lasciato contributi di grande rilievo scientifico e culturale, che,assieme agli altri suoi numerosi scritti, restano punti ferminel campo degli studi sul pensiero politico in età moderna e in età contemporanea.

F. Malgeri

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