il voto referendario sulla Magistratura, il Parlamento e la crisi dei Partiti

il voto referendario sulla Magistratura, il Parlamento e la crisi dei Partiti

ieri 

Ho fatto un rapido passaggio nel Transatlantico di Montecitorio per vedere il clima che si respirava dopo il risultato referendario. Ho salutato affettuosamente qualche amico della prima Repubblica. 

Poi ho preferito allontanarmi e rifugiarmi sul lavoro mio prossimo libro  che,  dopo le ultime correzioni,  uscirà dopo Pasqua. È un libro sulla Politica perché verte sulla storia di un parlamentare, sindaco, legato al territorio che non rinunciava a fare battaglie in Parlamento e nel

Suo stesso partito, con emendamenti o odg, anche in contrasto con il Governo che sosteneva ove fosse stato necessario,  per far trionfare una linea politica, una decisione, un orientamento che guardava agli interessi della gente e non dei poteri forti. È la storia che riguardava tanti, perché era quella di una classe dirigente! 

Dunque una storia di coraggio e Libertà! 

E allora il nostro pensiero, dopo avere letto l’articolo di Massimo Fini, che rimpiange la classe dirigente DC, va ai parlamentari di oggi che non hanno il coraggio e la libertà di prendere una iniziativa politica senza chiedere permesso. Oggi pur avendo mezzi e strutture per svolgere adeguatamente la loro funzione parlamentare, retaggio della prima Repubblica,  non rispondono neppure alle lettere inviate al deputato o al senatore del collegio! 

Figuriamoci se hanno il coraggio di presentare una interrogazione parlamentare o di fare un gioco di squadra per richiamare un problema politico! Ne abbiamo avuto contezza sulle vicende del terremoto centro italiano dove i ritardi di accumulano, gli sprechi sono evidenti, le priorità sono capovolte eppure non c’è un sano confronto sulle cose da fare. Prevale la logica di non disturbare il manovratore. 

Potremmo andare avanti. Non c’è un dibattito serio sulla politica economica e sulle linee di politica industriale soprattutto per l’azione determinante delle partecipazioni di Stato. Lo stesso va detto per la tutela dei cittadini consumatori sulle bollette delle public utilities dove prevalgono le logiche dei poteri forti. 

Il Parlamento  è fuori gioco. Sono stati cancellati istituti e procedure di controllo. Così come mancano i partiti con le loro articolazioni e una dialettica interna improntata al metodo democratico, al rispetto delle posizioni. Insomma quel gioco di squadra che aiuta nella ricerca di un punto di mediazione equilibrato. E allora quando vedo che la polemica post referendaria non prende in esame seriamente cosa c’è di buono da fare, quali regole sono necessarie per far funzionare meglio il sistema giustizia, ma ci si balocca sui numeri referendari che non sono numeri politici perché le determinati del voto non sono meccanicamente o replicabili nel voto politico, prevalendo una stanca indignazione per il tentativo di modificare la Costituzione, quando lo stesso  sentimento non si è manifestato nella modifica costituzione che riduceva il numero dei parlamentari comprimendo i principi di rappresentanza. Ne ha scritto efficacemente Franco Adriano.  Come se il titolo del Parlamento fosse meno importante del titolo Magistratura. Il virus del populismo ancora alberga nella politica. Dunque nessuna illusione fino a quando il virus non sarà debellato. Ma la strada è lunga! 

Intanto non ci consoliamo con i ripensamenti di Massimo Fini e neppure con quelli di un altro campione del populismo come Vittorio Feltri e di quanti si potranno aggiungere. 

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