sull’uguaglianza nella globalizzazione planetaria
Rileggere oggi il dialogo illuminante dull’Uguaglianza pubblicato per Feltrinelli fra lo scienziato sociale Thomas Piketty, autore di capitale e ideologia, e di il capitale nel XXI secolo e il filosofo Michael Sandel autore di Giustizia e La tirannia del merito sull’uguaglianza, assume un significato particolare in un tempo in cui – soprattutto negli Stati Uniti – si acuisce il rapporto tra ricchezza e potere e il progresso nelle società autocratiche spingendo per sempre più forti disuguaglianze.
L’analisi può essere traslata anche in Europa e nel nostro Paese soprattutto sulla genesi della rabbia popolare e sul populismo.
Sullo sfondo, in una fase di repentini cambiamenti resta l’incapacità e l’impossibilità di promuovere lotte politiche adeguate perché le forze politiche sembrano incapaci di definire una piattaforma politica adeguata alle impetuose trasformazioni.
Tutto ciò che era stato faticosamente conquistato il secolo scorso con lotte politiche e sindacali in un conflitto sociale aspro sembra essere messo in discussione.
Come liberi pensatori Sandel e Piketty però non fanno sconti neppure alle loro simpatie. Le colpe vengono addossate anche alla socialdemocrazia che cristallizzando le sue posizioni non ha saputo interpretare le spinte della società soprattutto sui grandi temi come l’espansione della istruzione e della sanità. I sedici anni delle presidenze democratiche di Clinton e Obama hanno finito per legittimare la svolta neoliberista di Reagan con lo smantellamento della tassazione progressiva e anziché regolare i rapporti tra finanza ed economia hanno optato per la via dei salvataggi finanziari di Wall Street distruggendo le speranze progressiste.
Il principio di uguaglianza veniva mortalmente ferito nel momento in cui si salvavano le banche con fondi pubblici mentre le persone comuni venivano lasciate sole con i loro problemi, alimentando e propagando una rabbia diffusa, gettando le basi del populismo di destra. Un altro limite è stato quello della dimensione transnazionale nella fase avanzata della divisione globale del lavoro e delle risorse naturali.
L’attenzione del dialogo si sposta poi sulla meritocrazia il terzo pilastro dell’era liberale oltre la globalizzazione e la finanziarizzazione. La meritocrazia viene valutata come accesso alle Università della Ivy League, insieme delle otto università più prestigiose della costa nord orientale degli USA ndr) considerata da Michael Young come un pericolo creando divisioni sociali e diffondendo tracotanza tra i vincitori e l’umiliazione di chi rimane indietro. La sinistra propugnava quella che Sandel definisce la “retorica dell’ascesa” per cui diviene quasi una colpa non avere lottato nella nuova economia piuttosto che nelle politiche economiche messe in atto.
L’ideologia della disuguaglianza porta a celebrare i vincitori e biasimare i perdenti. E qui sorge il problema dei criteri di ammissione alle prestigiose università d’élite come Harvard o della Ivy League rispetto agli studenti legacy e dei figli dei benefattori. Anche in questo campo è mancata una adeguata pressione morale anche con regole trasparenti sulle ammissione degli studenti legacy.
Rispetto alle 60 mila domande per Harvard e Stanford per 2000 posti disponibili una soluzione prospettata potrebbe essere quella del sorteggio oppure lasciare che la metà dei posti sia assegnati ai due terzi del Paese più in basso sulla scala del reddito dei genitori come ha proposto Daniel Markovits docente di diritto a Yale, anche abolendo lo speciale regime fiscale delle Università.
In sostanza si guarda a smorzare la tracotanza meritocratica permettendo l’ammissione alle università d’élite anche ai figli di genitori a basso reddito. È stata avanzata anche l’idea di recuperare il sorteggio come nell’antica Grecia in analogia alla composizione delle giurie che decidono sui colpevoli o gli innocenti
Studi specifici di Isabel Sawhill hanno indicato come il governo federale spende 162 miliardi di dollari l’anno per borse di studio, prestiti e crediti di imposta come sostegni alle università e appena 1,1 miliardi a sostegno della istruzione tecnica e professionale dimostrando una mancanza di rispetto per le mansioni della classe lavoratrice.
Non è mancata la critica alla sinistra e alle politiche dei partiti socialdemocratici di avere lasciato alla destra di monopolizzare alcuni dei sentimenti politici più potenti ovvero il patriottismo, la comunità e i legami.
Non manca da parte di Michael Sandel stimolato da Thomas Piketty l’attenzione su John Rawls con i richiami alla sua teoria della giustizia del 1971 e sulla forte contrapposizione con Friederich von Hayek, Robert Nozick e Milton Friedman sulla demolizione della imposta progressiva che troverà successo con le politiche reaganiane, con una destra intellettuale che si batteva per demolirla, ma la sinistra intellettuale non era smaniosa di difenderla. La critica principale a Rawls è che volesse definire e difendere i principi di giustizia indipendentemente dalla affermazione di una qualsiasi particolare concezione del bene o della vita buona. Per Sandel l’appello ad una tassazione progressiva deve discendere dalla capacità di fare appello a un forte senso di comunità e la redistribuzione non può essere disgiunta dalle questioni dell’identità dei legami della appartenenza, della comunità e della solidarietà. Dunque una redistribuzione compatibile con una versione dell’individualismo americano.
La globalizzazione planetaria accresce le disuguaglianze tra nord e sud, tra est ed Ovest e anche all’interno degli Stati.
È esplorando l’uguaglianza che si attraversano territori molto vasti che vanno dal reddito con la relativa tassazione, dalla ricchezza con le sue concentrazioni in poche mani e la loro opaca allocazione nei paradisi fiscali, al potere e all’avere voce fino alla dignità e al riconoscimento. Sono i temi forti che non tarderanno a ripresentarsi nel dibattito politico domestico e internazionale per guardare a un mondo più equo se si vogliono ridurre i conflitti.
Maurizio Eufemi
4 febbraio 2026
